martedì, 22 gennaio 2008
Storace attacca Napolitano: "Indegno della carica"


"Non so se devo temere l'arrivo dei corazzieri a difesa di Villa Arzilla, ma una cosa è certa: Giorgio Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità istituzionale. E' indegno di una carica usurpata a maggioranza". Così Francesco Storace risponde al presidente della Repubblica che aveva difeso Rita Levi Montalcini attaccata dal senatore de "La destra".

"Napolitano - continua con gli insulti Storace - la smetta di soccorrere un governo moribondo a difesa di una signora talmente importante che anche quest'anno, come ha ricordato ieri il presidente Calderoli, costerà tre milioni di euro agli italiani. Nobel o no, i ricatti si chiamano ricatti e i voti dei senatori a vita restano politicamente immorali. Come diceva fino a poco tempo fa un signore che la memoria l'ha persa a poco più di 55 anni...".

LE REAZIONI

Le parole del senatore de La Destra hanno fatto scattare l'immediata indignazione delle istituzioni e del Centrosinistra, a iniziare dal presidente del Consiglio. "Le parole irrispettose e irresponsabili pronunciate oggi da Francesco Storace nei confronti del Capo dello Stato - commenta Romano Prodi - impongono una decisa presa di distanza da parte di tutte le forze politiche. Mi auguro di sentire presto anche da parte del centrodestra una ferma condanna ad un attacco sconsiderato e ingiusto rivolto alla massima autorità dello Stato garante delle nostre istituzioni democratiche".

Duro il commento di Piero Fassino che parla di "espressioni vergognose e irresponsabili -dice il leader della Quercia - che squalificano chi le pronuncia. Ogni italiano sa con quanto rigore e dedizione il presidente Napolitano assolve al suo ruolo di garante delle istituzioni democratiche e della loro credibilità". Al capo dello Stato Fassino ha espresso la solidarietà sua personale e di tutti i Democratici di sinistra. "Mi auguro - ha aggiunto - che anche i dirigenti dei partiti dell'opposizione avranno la responsabilità di prendere nettamente le distanze da simili comportamenti". Il capo della procura di Roma, Giovanni Ferrara, e il pm Pietro Saviotti hanno chiesto il rinvio a giudizio del segretario nazionale de La Destra, Francesco Storace, per il reato di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica in relazione alle dichiarazioni rese il 13 ottobre scorso.  Commentando l'intervento del capo dello Stato in difesa della senatrice a vita Rita Levi Montalcini, criticata da Storace per aver appoggiato con un suo voto il governo Prodi, il leader de La Destra aveva detto, tra l'altro, che "Giorgio Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità istituzionale. E' indegno di una carica usurpata a maggioranza...".
   
L'articolo 278 del codice penale, contestato a Storace, punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque offenda l'onore o il prestigio del Capo dello Stato. Il fascicolo della procura era andato avanti dopo l'autorizzazione a procedere concessa dall'allora ministro della Giustizia Clemente Mastella.
   
Per l'avvocato Bruno Giosuè Naso, difensore del senatore, le espressioni nei confronti di Napolitano, "pur essendo frutto di una 'vis' polemica aggressiva e graffiante, devono tuttavia rientrare nelle prerogative del diritto di critica politica riconosciuto a ogni membro del Parlamento dall'articolo 68 della Costituzione".

Buffoni rossi, e perche non avete perseguito il porco di Caruso per le sue dichiarazioni su Biagi e D'antona.

Perche' siete solo MERDA e niente altro buoni solo a difendervi reciprocamente come ora difendete il liberticida Napolitano (grande merda comunista ai tempi di Praga) 

martedì, 22 gennaio 2008
Così fan tutti: e allora?


 

 
 
Nel giorno in cui il Ministro della Giustizia Clemente Mastella si è dimesso, accusato di “reati” che tutti i politici commettono, “Corriere”, “Stampa” e “Repubblica” ed altri ancora hanno usato questo titolo: “Così fan tutti”. Si pone dunque il problema se sia lecito punire ciò che fan tutti o no. Se un reato è commesso da tutti, non cessa di essere un reato. Se si è perseguiti per averlo commesso, dire “lo fanno tutti” non è un’esimente. Ma si può anche obiettare: se un reato è commesso da tutti, perseguire un solo reo corrisponde ad una violazione della giustizia distributiva. E avrebbe ragione Cicerone: summum ius, summa iniuria.

Qualcuno può ampliare la prima tesi sostenendo che, se lo Stato vuole interrompere un pessimo andazzo, non ha che da cominciare a punire chi lo commette. È ovvio che il primo condannato si sentirà vittima di un’ingiustizia ma è un prezzo che si paga per il recupero della legalità. Ragionamento al quale si può opporre che lo Stato non ha affatto il diritto di sacrificare un cittadino all’interesse generale: male ha fatto a lasciar correre prima e ora non può farne pagare il prezzo al singolo. Se lo Stato vuol riprendere in mano la situazione, deve - cosa semplice e molto praticata – emanare “nuove” leggi repressive, anche se nuove non sono e servono soltanto a far pubblicità ai propositi dello Stato.

Chi sostiene la non-punibilità di ciò che fanno tutti può ampliare le proprie argomentazioni agganciandosi alla filosofia del diritto. La legge penale, come presidio del livello etico minimo da salvaguardare nel paese (Kelsen), nasce dall’allarme sociale. Se, al contrario, essa è violata da tutti, è segno che quell’allarme sociale non lo provoca. La gente considera quel “reato” uno dei tanti comportamenti normali – più o meno piacevoli – della vita associata. Un esempio è il senso vietato che praticamente tutti i cittadini violano. Ce n’è almeno uno in ogni città. Se lo violano tutti e non succede niente di grave, significa che quel divieto è sbagliato. E i cittadini lo correggono.

Se uno parcheggia in seconda fila e non è lesto a farsi da parte, suscita indubbiamente istinti omicidi, ma se si scusa e si sposta immediatamente, troverà più del novantanove per cento dei cittadini disposti a sorridergli. Questo significa che l’allarme sociale lo suscita chi ostacola il traffico, non chi viola le leggi della strada. Specie quando non c’è un parcheggio nel raggio di mezzo chilometro.

E si torna al nocciolo della tesi, cioè all’allarme sociale. Lo stesso per quanto riguarda i politici. Non si può infilzare Mastella come l’unico disonesto. Se un certo comportamento è universalmente diffuso, è segno che il popolo italiano è disposto a tollerarlo. Se il problema della spazzatura nel napoletano è vecchio di anni ed anni, e i campani hanno continuato a votare per Bassolino, qualche responsabilità l’hanno anche loro. Per moralizzare la vita politica bisognerebbe partire da più lontano e non è detto che ci si riuscirebbe. È vero, la raccomandazione è una cosa orrenda. È lo strumento dell’ingiustizia. Il modo in cui il meno valido scavalca il più valido. Ma nella realtà il raccomandato spesso porta voti al politico e li porta promettendo ai suoi amici di favorirli: raccomandandoli a sua volta.

Alzino la mano coloro che non hanno mai cercato una raccomandazione. Non c’è dubbio che ci saranno poche mani alzate e di nessuno o quasi che sia noto. Perché per la maggior parte saremo dei falliti. Dei disadattati, in questa Italia dei furbi. Questo significa che bisognerebbe assolvere Mastella con tante scuse? Per la giustizia distributiva, certamente sì. Per la giustizia astratta, certamente no. Ma la considerazione pregnante è un’altra: non si possono difendere i politici contro i magistrati, né i magistrati contro i politici, né gli uni e gli altri contro i cittadini, né i cittadini contro quelle due caste. Perché se in questo paese scendesse un angelo con la spada fiammeggiante non è detto che troverebbe un Lot.